5 set 2018

"La ragione del cuore" di Fiorella Di Mauro

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Capitolo 1

Molte donne lo definiscono l'evento più atteso della loro vita. Essere ammirate e invidiate da tutte le donne, perché stai per afferrare la felicità sposando l'unico uomo perfetto al mondo, è quello che io ritengo essere un sogno da favola. Quel giorno avrei voluto fosse così per me. Mi trovavo dentro la macchina degli sposi e, guardandomi allo specchietto retrovisore, contemplavo la fanciulla che sfiduciata mi sorrideva. Bella, ma non raggiante come lo dovrebbe essere una sposa innamorata.Una domanda sfuggìalla mia bocca insensibile.

«Lo ami?»

Abbassai lo sguardo oramai consapevole della verità. Una lacrima percorse velocemente il mio viso, mentre copione altre lacrime picchiettarono sulla piccola mano tremante. Guardai stravolta i miei occhi riflessi nello specchio. Un bel taglio seducente, senza alcun dubbio, ma su quelle pupille del colore dell'ambra si poteva leggere la tristezza.

Scompigliai frenetica i lunghi boccoli mori per ritrovare, infine, la calma con respiri profondi. L'isteria non avrebbe risolto il problema.

Distolsi lo sguardo dalla crudeltà dello specchio eosservai gli invitati entrare in chiesa.

Una lama sembrò trapassarmi il cuore nell'udire la voce del mio unico vero amore. Cercai tra la folla Gualtiero e lo trovai. Per quanto la sua bellezza nordica con sguardo di ghiaccio e lineamenti duri non rendesse fiducia, ero riuscita a rompere quella lastra di ghiaccio e anavigare in quei occhi blu oceano per giungere alla sua anima. Un'anima rassicurante come il suo sorriso e imponente come il suo fisico.

Un barlume disperanza ridiede, al mio cuore, la gioia di credere ancora nelle favole. Pensai che il destino mi stesse concedendo l'ultima occasione. Se avessi avuto il modo di confessare i mei veri sentimenti a Gualtiero, avrei realmente coronato il sogno d'amore come accade nelle favole. Finalmente decisa aprii lo sportello ma, fra me e Gualtiero, si frappose papà. Pronto ad aiutarmi a uscire dall'automobile, allungò il braccio al quale mi aggrappai. L'angoscia mi avvolse quando lo cercai tra la folla senza trovarlo. Chiusi, disperata e sconfitta, gli occhi, mentre fui sedotta dall'idea di fuggire. Un pensiero sfumato dalla marcia nuziale. Sollevato il viso trovai gli occhi verdi di Javier Espinosa, il mio promesso sposo. Ilsuo sguardo penetrante e sicuro mi chiamava a sé, mentre il cuore sussultava irrazionale. Con una bellezza tipicamente latina, Javier palesa il suo essere dominante e passionale. Stuzzicante con le sue basette che armonizzano la barba corta e i capelli ondulati neri,mentre le ciocche di capelli ricadono a ricoprire gli occhi ancor più tenebrosi. Il suo fisico muscoloso si poteva intravedere avvolto dal suo smocking con giacca mono petto a due bottoni, spalla dritta erevers a scialle in raso. Il tutto abbellito da un cravattone sofisticato e una spilla gioiello. Era folgorante come una divinità pagana della bellezza.Infastidita da quel cuore ribelle, distolsi lo sguardo da quello di Javier e puntai,dritta davanti a me, l'altare. La musica finalmente era giunta a termine così come il cammino. Adesso, affianco al mio sposo, fissavo fredda il vescovo. Non stetti molto attenta alle sue parole. Avevo paura del loro significato. Ripetevo meccanicamente le promesse nuziali, ma giunto il momento del sì cercai fra la gente gli occhi dolci di Gualtiero. Stavolta li trovai. Gualtiero stava immobile davanti all'entrata della chiesa e mi fissava. Mi sorrise come non aveva mai fatto. Era un sorriso triste di addio. Si girò verso l'uscita e se ne andò. La voce preoccupata di Javier mi richiamò all'attenzione.

«Desy va tuttobene?»

La sua avvolse la mia mano tremante. Adesso guardavo impaurita il mio futuro marito e un domani ricco di incertezze. Un no fuoriuscì prepotente dalla miabocca e corsi verso l'uscita. Presi la vettura degli sposi per inseguire colui che finalmente aveva mostrato la mia stessa tristezza nel dirsi addio. Conoscevo la sua destinazione. Voleva partire. Fuggire da Catania per immergersi nel lavoro che lo attendeva a Roma. Pregai Dio per un futuro al fianco di Gualtiero. Dovevo arrivare in tempo all'aeroporto e impedirgli di partire eperdermi. Fortunatamente il mio abito da sposa in stile impero mi permetteva di guidare senza difficolta e, quando fui in autostrada, premetti il pedale dell'acceleratore.

Per un attimo, fui illusa, dalle mie fantasie, di un possibile lieto fine. Tutto stava procedendo secondo il copione di una favola che si rispetti. Il "vissero felice e contenti" lo sentivo oramai mio. Ma si sa. La realtà è un'altra cosa. Giunta in aeroporto lessi nel terminal che l'aereo per Roma era partito in orario.«L'ho perso...per sempre.»

Rincasai a tarda sera. Non mi sorpresi di trovare, in cucina, Javier in compagnia dei miei genitori, i quali, nonostante fossero dalla sua parte, non intervennero nella nostra discussione.

«Non riesco ancora a crederci. Desy, mi hai lasciato, come un'idiota, all'altare. Dovevamo solo firmare i documenti di matrimonio. Cosa ti è preso?»disse Javier cercando di tenere un tono pacato. Un tentativo messo adura prova da me.

Pronta al peggio mi sedetti sulla sedia e, senza mostrare alcuna sensibilità, ammisi:«Non vogliosposarti.»

«Cosa significa?»sussurrò con voce spezzata.

«Non ti amo abbastanza da voler vivere per sempre al tuo fianco.»

«Desy cosa èsuccesso?» insistette con le domande senza voler accettare la dura realtà «Quando parlavamo del nostro futuro assieme, eri partecipe quanto me. Anche tu desideravi avere dei bambini. Dev'essere accaduto per forza qualcosa per cambiare così radicalmente idea.»

Visibilmente in collera con me, Javier cercò il mio sguardo per farmi capire quanto lui stesse soffrendo. Sfuggii a tale rancore, mentre mi chiedevo se fosse stato corretto raccontargli ogni cosa. Raccontargli di Gualtiero, il primo e forse unico amore. Avrei dovuto dire a Javier che avevo sperato di nutrire amore per lui. Un amore crollato, comeun castello di sabbia distrutto dal vento, nel rivedere Gualtierodopo anni di lontananza. No, gli avrei risparmiato almeno questa umiliazione.Mia madre, che fino a quel momento era rimasta in rispettoso silenzio, intervenne per porre fine a quell'inutile discussione.

«Javier sarà meglio riparlarne domani con più calma e a mente lucida.»

Javier annuì e, dopo aver salutato con un flebile gesto della mano i miei genitori, se ne andò. Naturalmente, come avevo predetto a me stessa, l'uscita di scena di Javier non dichiarò la fine della mia agonia, ma l'inizio di un incubo.

«Cosa sei stupida?» sbraitò contro di me papà «Come puoi cambiare idea, dall'oggi al domani, come se nulla fosse?»

«Scusa papà, ma ho dovuto farlo. Solo oggi ho capito di non amarlo.»

«Non puoi uscirtene con una risposta così egoista. Non sai cosa abbiamo passato io e tua madre dopo la tua fuga. Abbiamo dovuto dare delle spiegazioni agli invitati senza conoscere il vero motivo del tuo gesto.»

«Papà, per una volta, pensa a me e non al giudizio della gente. Tanto, qualunque cosa uno faccia, troveranno sempre un motivo per parlare male alle spalle» dissi esasperata, sfidando il suo sguardo pieno di collera.

«Mi spiace, ma oggi sei stata una vera delusione» disse con espressione dura.Quella notte, com'era prevedibile, non dormii. Tormentata troppo dai sensi di colpa, ripensavo alle parole di Javier e di papà. Avrei voluto trovare il modo di rimediare, ma questo era impossibile. Ad alleviare la mia tristezza fu mamma. La mattina, appena sveglia, entrò incamera mia, pronta a dimostrarmi il suo amore nonostante i miei guai. Fu fra le sue braccia che diedi libero sfogo alle mie lacrime. Per la prima volta avevo seguito il mio egoismo e ottenni in cambio solo la solitudine.

«Mi spiace tanto. Avrei dovuto darti retta» ammisi interrotta dai continui singhiozzi«Ero davvero convinta di amare Javier. Di aver dimenticato, dopo anni di lontananza, Gualtiero. Adesso, cosa posso fare?»

«Ritengo che debba fare le tue scuse alla famiglia di Javier.»

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