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Il Mondo ai piedi del Vulcano
In MAGAZINE TraLeRighe
Lucio Sandon
08 giu 2021
Qui su l'arida schiena Del formidabil monte Sterminator Vesevo, La qual null'altro allegra arbor nè fiore Tuoi cespi solitari intorno spargi, Odorata ginestra, Contenta dei deserti. Anco ti vidi De' tuoi steli abbellir l'erme contrade Che cingon la cittade Ormai sono quasi ottant’anni che il formidabil monte di Giacomo Leopardi non sputa più fuoco né fiamme, e lungo le sue pendici, la vegetazione di ginestre sta pian piano risalendo lungo le ultime colate di lava, sgretolandole e facendo cambiare colore alla montagna. Giuseppe Marotta da Milano ne scriveva come La Montagna viola, infatti il riflesso del sole sulla lava al tramonto manda bagliori di quel colore. In primavera invece, osservandolo dalla costa il monte è ormai occupato quasi fino alla cima da un insieme di sfumature di verde, a partire da quello profondo dei boschi di querce allo smeraldo del mare delle pinete, a quello tenero dei germogli degli albicocchi e delle viti. Venti specie di orchidee, rosmarino, origano, salvia, alloro e mirto, oltre alle ginestre, saturano di macchia mediterranea la brezza che arriva dal mare. I falchi, le volpi e le donnole vanno a caccia di conigli selvatici nel sottobosco dove spunta ogni tipo di funghi e di asparagi selvatici. Sotto al gran cono si coltivano i vigneti portati con loro dai greci e dai sanniti, e solo sulle sue lave vive il pomodorino di montagna, con la caratteristica punta che lo contraddistingue e che si conserva appeso sotto le pergole nei piennoli da agosto fino a natale. Il Vesuvio è l’unico vulcano attivo dell’Europa continentale: secondo la moderna Protezione Civile, in caso di eruzione la zona rossa di evacuazione dovrebbe comprendere oltre settecentomila persone, ma sono calcolate molto per difetto: sul sito dell’acquedotto locale si può agevolmente appurare che la popolazione servita è di oltre un milione e mezzo di abitanti, escludendo la metropoli partenopea, che ne conta almeno altrettanti. Sulla facciata di un palazzo che sorge a poche centinaia di metri dalla reggia di Portici e datata 1631, una lapide scritta in latino costituisce probabilmente il primo esempio al mondo di avviso di Protezione Civile, e ammonisce in questo modo la popolazione: Posteri, è nel vostro interesse: l’esperienza vissuta ammaestra la vita a venire. Vigilate. Venti volte da che brilla il sole, è storia non è favola, fu in eruzione il Vesuvio, sempre con immane strage di quelli che hanno indugiato. Ammonisco affinchè d’ora in poi non ghermisca gli incerti. Questo monte ha gravido il ventre di bitume, allume, ferro, zolfo, oro, argento, nitro e fonti d’acqua: presto o tardi sarà incandescente e con gli influssi del mare li partorirà, però prima dell’eruzione si sconvolge e scuote la terra, manda fumo e lampeggia, vomita fiamme e squassa orribilmente l’aria, emette muggiti, boati, tuoni: fa allontanare dalle loro terre i vicini. Spicca il volo finchè ti è consentito! Da un momento all’altro scoppia, erompe impetuosamente, vomita un lago di miscela di fuoco, precipita in celere corsa, preclude la fuga tardiva. Se ti ghermisce è finita: sei morto! Il Vesuvio se temuto ha serbato in vita,ma non tenuto in considerazione ha fatto strage degli incauti e degli avidi, per i quali la casa e le masserizie contavano di più della vita. Allora sei hai giudizio, presta ascolto a questa lapide eloquente. Non curarti della casa, non badare ai bagagli: fuggi, senza alcuna esitazione! La vetta a sinistra è il Monte Somma quella a destra il Gran Cono, separati tra loro da un avvallamento denominato Valle del Gigante, suddiviso a sua volta in Atrio del Cavallo a ovest e Valle dell’Inferno a est. I territori del Vesuvio e del Somma si differenziano per alcuni aspetti legati alla flora: il primo si presenta più arido e assolato, con una tipica vegetazione mediterranea di pinete e boschi di leccio, mentre il secondo è più umido, con boschi di castagno, querce, ontani, aceri e lecci. Qui si incontra anche la betulla, presenza insolita in ambito mediterraneo. Intorno al Vesuvio diverse civiltà si sono sviluppate, e lui dopo averle distrutte, ha restituito all’umanità il patrimonio archeologico più affascinante del mondo. Pompei, Ercolano, Oplonti, Somma Vesuviana, Boscoreale, Terzigno, Stabiae. Una storia di interazioni tra gli uomini e il vulcano che in un ciclo di distruzione e rinascita è arrivata fino ad oggi portando i propri tratti distintivi anche nei sapori, nei mestieri e nelle tradizioni di questo territorio. L’agricoltura vesuviana infatti, è da considerarsi unica per varietà e originalità delle produzioni, grazie al suolo lavico, unito al clima mediterraneo. Oltre al pomodorino, ci sono le albicocche di diecine di specie differenti, fino alle ciliegie, agli agrumi, le noci, le olive, i fichi, tutti prodotti inimitabili e dal gusto inconfondibile. Si dice che Nostro Signore pianse nel riconoscere un lembo di paradiso strappato da Lucifero durante la caduta verso l’inferno, e proprio dove caddero le sue lacrime nacque il vitigno del Lacryma Christi, tra i vini italiani più conosciuti all’estero. E poi il Coda di Volpe descritto da Plinio e chiamato così per la forma del grappolo, la Falanghina, il Piedirosso detto anche pere ‘e palummo, amato da Columella e ancora la Catalanesca portata dagli spagnoli e coltivata alle falde del Somma.
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In MAGAZINE TraLeRighe
Lucio Sandon
08 giu 2021
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